Fin dove arriva la social dance?

Cosa insegnano davvero i festival swing

Fin dove può portarci un corso di ballo?

All’inizio ci si iscrive a un corso… per imparare alcuni passi, seguire il ritmo della musica e, magari, superare un po’ di timidezza per andare in qualche locale. Poi, quasi senza accorgersene, il mondo comincia ad allargarsi.

Si partecipa alla prima serata, si conoscono persone che frequentano altre scuole, si scoprono nuovi insegnanti. Qualcuno propone un fine settimana fuori città, un festival, una vacanza durante la quale si può studiare di giorno e ballare fino a notte inoltrata.

A quel punto la danza non è più soltanto una lezione settimanale. Diventa un’occasione per viaggiare, conoscere luoghi e persone, costruire amicizie e sentirsi parte di una comunità che supera i confini della propria città e, spesso, anche quelli del proprio Paese.

È questa una delle caratteristiche più affascinanti della social dance: nasce dall’incontro e continua a vivere attraverso l’incontro.

La rinascita dello swing e i grandi festival

Tra gli anni Ottanta e Novanta il Lindy Hop conobbe una nuova diffusione internazionale. Ballerini europei e americani cercarono i protagonisti della prima generazione, li invitarono a insegnare e recuperarono filmati, passi e testimonianze.

Uno dei luoghi centrali di questa rinascita è stato Herräng, un piccolo paese svedese che dal 1982 ospita un grande campo internazionale dedicato alle danze swing. Negli anni vi hanno insegnato figure storiche come Frankie Manning, Norma Miller e Al Minns, insieme a generazioni successive di ballerini e insegnanti provenienti da tutto il mondo.

Il modello si è poi moltiplicato. Oggi esistono festival, camp e raduni in moltissimi Paesi. Alcuni sono dedicati soprattutto allo studio, altri alla musica dal vivo, altri ancora uniscono ballo, turismo, spettacolo e cultura vintage.

In Italia, uno degli appuntamenti più conosciuti è il Summer Jamboree di Senigallia, festival internazionale dedicato alla musica e alla cultura americana degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta. Per diversi giorni la città viene attraversata da concerti, ballo, rock’n’roll, swing, boogie woogie e dalla presenza di appassionati provenienti da luoghi molto diversi.

Eventi come questo mostrano fin dove può arrivare la social dance. Una danza nata in uno specifico contesto storico e culturale attraversa il tempo, raggiunge altri continenti e diventa anche un modo di trascorrere le vacanze.

Ma dietro le immagini allegre, le gonne che ruotano e le fotografie delle feste esiste anche una parte meno visibile.

Perché si parte per un festival?

Le ragioni non sono uguali per tutti.

C’è chi parte semplicemente per divertirsi e ritrovare gli amici. Chi vuole ascoltare buona musica. Chi approfitta del festival per visitare una città o trascorrere qualche giorno al mare.

C’è chi viaggia da solo, sapendo che una volta arrivato troverà comunque qualcuno con cui ballare. Chi cerca un’occasione per uscire dalla propria quotidianità. Chi, attraverso la danza, costruisce amicizie che durano per anni e attraversano città e Paesi.

E poi c’è chi parte soprattutto per studiare.

Durante un festival si possono seguire insegnanti internazionali, osservare stili diversi e confrontarsi con persone che hanno percorsi lontani dal nostro. Per chi insegna, il festival può diventare un luogo di formazione molto intenso: ciò che si impara dovrà essere compreso, rielaborato e, in seguito, trasmesso agli allievi.

La vacanza, in questo caso, assume un significato diverso.

Si balla, certamente. Ma si prendono appunti, si osservano le lezioni degli altri, si cerca di ricordare una sequenza, si riprova un movimento e ci si domanda come poterlo spiegare una volta tornati a casa.

Quello che le fotografie non raccontano

Sui social vediamo soprattutto la parte più luminosa dei festival: le esibizioni, i concerti, gli abiti, le feste sulla spiaggia e le grandi piste affollate.

Quasi mai vediamo la stanchezza.

Non vediamo le molte ore di lezione, il caldo, i piedi doloranti, le notti brevi e la fatica di mantenere la concentrazione. Non vediamo chi rimane ai margini della pista aspettando di essere invitato o chi deve trovare il coraggio di invitare uno sconosciuto.

Non vediamo nemmeno quanto possa essere difficile inserirsi in un ambiente nel quale molti si conoscono già.

E poi ci sono i codici che nessuno ti spiega.

Come ci si veste? Cosa è davvero “vintage” e cosa invece non lo è? Servono le scarpe da ballo o bastano un paio di sneakers? E, soprattutto, dove si comprano?

Sono dettagli che sembrano banali, ma quando partecipi al tuo primo festival possono metterti in difficoltà quanto una lezione.

Un ricordo

Francia.

Uno dei miei primi festival. Parto con una valigia pesantissima. Dentro c’è di tutto.

Arrivata lì capisco di aver sbagliato quasi tutto: vestiti poco adatti, scarpe inutili e un bagaglio enorme da trascinare fino alla tenda.

Non c’era nemmeno un posto dove comprare quello che mi mancava. È stato il mio primo corso accelerato sui codici, non scritti, dei festival di swing.

La social dance porta con sé un ideale di apertura: in teoria, chiunque può invitare chiunque e persone di età, provenienze ed esperienze differenti possono incontrarsi sulla stessa pista.

Nella realtà, però, anche nelle comunità più accoglienti possono nascere gerarchie, gruppi chiusi e pregiudizi. Ci sono le persone considerate più brave, quelle più popolari e quelle che vengono notate meno. Esistono insicurezze, competizione e momenti nei quali ci si sente fuori posto.

Raccontare anche questa parte non significa togliere bellezza alla social dance. Significa restituirle una dimensione più autentica.

Articolo del Corriere che partra del fascino del retrò

La mia esperienza: partire per imparare

Quando ho cominciato a frequentare i festival, raramente partivo soltanto per divertirmi.

Andavo soprattutto per imparare.

In Italia il movimento swing era ancora in una fase diversa da quella attuale. Le occasioni di formazione erano poche e, per poter insegnare, era necessario viaggiare, incontrare i protagonisti internazionali e cercare direttamente le fonti.

Ogni festival rappresentava quindi una possibilità, ma anche una responsabilità. Dovevo capire ciò che mi veniva insegnato, ricordarlo, rielaborarlo e riportarlo a casa.

Mentre molti partecipanti tornavano con le fotografie delle feste, io tornavo con idee, passi, osservazioni e taccuini pieni di appunti.

Questo rendeva l’esperienza affascinante, ma non sempre leggera.

Essere una donna nel ruolo di leader

A quella difficoltà se ne aggiungeva un’altra: studiavo e ballavo anche nel ruolo di leader.

Oggi è più normale vedere donne che guidano e uomini che seguono. Si parla di ruoli aperti e di possibilità di imparare entrambe le parti del ballo. All’epoca, invece, la divisione appariva molto più rigida.

La donna era quasi automaticamente considerata follower. Presentarsi come leader significava uscire da uno schema consolidato e, in alcuni casi, dover dimostrare continuamente di meritare quel posto.

Non era soltanto una questione tecnica.

Essere una donna leader e pure non giovane significava essere osservata diversamente, essere presa meno sul serio o dover insistere per accedere alle stesse occasioni di pratica e di apprendimento.

Un ricordo

Berlino.

Vedo una ragazza che balla molto bene. Mi faccio coraggio e vado a invitarla.

Appena mi vede avvicinare, si allontana.

Non saprò mai il motivo. Ma da quel momento ho iniziato a riflettere su quanto, anche nella social dance, possano pesare l’età e gli stereotipi.

Avere un’età diversa dagli altri

C’era poi la questione dell’età.

In molti festival ero più grande della maggior parte dei partecipanti. Questo non avrebbe dovuto avere importanza, ma spesso ne aveva.

Il mondo della danza parla volentieri di inclusione, eppure non è immune dall’ageismo. La velocità, l’aspetto fisico e la giovinezza vengono facilmente associati al talento e alla possibilità di migliorare. Una persona più adulta può essere considerata meno interessante, meno promettente o semplicemente meno visibile.

Io, invece, non ero lì per occupare uno spazio marginale. Ero lì per studiare, imparare e costruire qualcosa che avrei poi portato in Italia.

Anche in questo caso, quindi, dovevo superare una certa diffidenza. Non sempre venivo presa immediatamente sul serio. Talvolta avevo la sensazione di dover dimostrare più degli altri di avere il diritto di trovarmi in quella classe e di voler imparare davvero.

Un ricordo

Roma.

Prima di uno spettacolo vedo una fila di persone sedute in semicerchio. Molti li conosco e molti conoscono me.

Cerco un piccolo spazio per sedermi. Mi guardano, ma nessuno si sposta.

Non saprò mai se fosse una scelta o una semplice distrazione. Ma in quel momento ho capito quanto, partecipare da soli a un festival, possa farti sentire fuori posto.

Naturalmente, una comunità non diventa intergenerazionale solo perché nella stessa sala sono presenti persone di età differenti. Lo diventa quando ciascuna di quelle persone viene riconosciuta, ascoltata e considerata parte del gruppo.

È una sfida ancora attuale.

Una vacanza diversa dalle altre

Arriva molto più lontano della sala nella quale abbiamo seguito la nostra prima lezione. Arriva fino al momento in cui smettiamo di considerarci semplicemente allievi di un corso e comprendiamo di essere entrati in una comunità internazionale.

Ma arriva anche dentro le nostre fragilità.

Articolo scritto da Paola Bruno – Estratto dal Blog Personale Balli Anni Cinquanta

Note e bibliografia di approfondimento

Per chi desidera scoprire i festival swing in programma durante l’anno, esistono alcuni portali di riferimento. A livello internazionale, SwingPlanIt raccoglie centinaia di festival, camp e workshop dedicati al Lindy Hop, Balboa, Blues e alle altre danze swing in tutto il mondo. Per gli eventi italiani, invece, Swing Fever propone un calendario costantemente aggiornato con festival, workshop, serate e scuole di ballo dedicate alla cultura swing.

Altri articoli:

Come vestirsi a una serata swing – dal Blog Nonsolocharleston

Dress Code e Social Dance – dal Blog Balli Anni Cinquanta

Vestirsi Swing – dal Blog Stile Mille Lire


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